Riporto un paio di ricerche che sembrano mostrare come coloro che crescono come figli unici, specialmente se non hanno attorno a loro una larga rete sociale e un gruppo di pari numeroso, sviluppano meno le loro capacità empatiche.
Empatia: la capacità di mettersi nei panni degli altri, ha delle componenti emotive (sentire ciò che sente l’altro) e cognitive (comprendere l’esistenza di un diverso punto di vista nell’altro e percepirne la distanza rispetto al proprio): si tratta quindi di una capacità complessa e che coinvolge una serie di sistemi biologici (famigerato l’apporto dei neuroni specchio), culturali ed esperienziali. Se questi dati dovessero essere confermati, avremmo un ulteriore conferma del fatto che l’attuale funzionamento familiare basato sulla famiglia nucleare, sempre più spesso con un unico figlio, non garantisce quell’insieme di esperienze interpersonali necessarie ad un sano sviluppo relazionale ed affettivo.
Come noto, la base della nostra cognizione può essere datata sui gruppi umani di cacciatori raccoglitori di circa 50.000 anni fa, ancora rintracciabili in alcune remote zone del globo: tali gruppi erano tipicamente composti da un numero compreso fra i 50 e i 150 individui. La differenza è quindi, almeno numericamente, impressionante.
Riferimenti bibliografici
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