C’è un’idea che si diffonde fra i genitori: quella che ciò che loro sanno e hanno imparato a conoscere della vita sia fondamentalmente inadeguato o inutile ai loro figli, vivendo questi ultimi in un contesto talmente nuovo e diverso da richiedere un modo di stare al mondo, o di essere nel mondo, fondamentalmente differente da quello dei genitori, una strada che dovranno scoprire loro per sé stessi.
Questa idea ha un duplice effetto negativo: toglie significato alla figura del genitore, che si trova limitato ad un fornitore di cure, di sostentamento o di facilitatore di crescita. Dall’altro, pone la creazione della propria strada unicamente sulle spalle del figlio.
Come se ogni generazione dovesse avere il compito di reinventarsi completamente, nei propri valori, nel modo di gestire le relazioni, la coppia, il sesso o il lavoro. Come se ogni generazione dovesse trovarsi completamente impreparata di fronte al difficile compito di vivere il proprio presente, senza poter minimamente contare sulla saggezza proveniente dalle generazioni precedenti, dei propri genitori, o dei propri nonni.
Questo meccanismo ha il patologico effetto di mettere in scacco qualsiasi eredità culturale, qualsiasi lezione possa provenire dal passato: un passato che per definizione, e per quanto possa risultare affascinante o meritorio, deve restare nel passato, inadeguato com’è a fare da guida al presente. Si inceppa in altre parole quello che Tomasello (2005) chiama l'”Effetto dente d’arresto”. Quel particolare meccanismo, effetto della trasmissione così tipicamente umana dell’eredità culturale, che permette di costruire le conquiste successive sulle acquisizioni precedenti, come certe ruote dentate della meccanica in cui la ruota è costruita in modo da impedire la rotazione in senso contrario, così che essa può muoversi solo in avanti.
Ecco, proprio questa prospettiva, apparentemente così progressista, mette in scacco la possibilità di trasmissione culturale dei valori da una generazione alla seguente, lasciando i giovani nudi e impreparati di fronte al presente. In definitiva, senza cultura.
Al contrario, è processo tipicamente umano quello di trasmettere esplicitamente, tramite spiegazione, esempio o metafora, il comportamento culturalmente più adeguato ad un determinato contesto. La specie umana è l’unica in cui gli individui adulti hanno uno strumento fenomenale, talmente potente che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, per trasmettere ai giovani le informazioni: il linguaggio (Everett, 2012). Tramite il linguaggio possiamo insegnare e trasmettere tutto: le conoscenze procedurali come le istruzioni su come fare il ragù alla bolognese, le ingiunzioni a base culturale come le istruzioni per stare seduti nel modo giusto a tavola o per salutare qualcuno quando lo si incontra, ai sistemi valoriali come l’importanza dell’onestà o della fedeltà alla parola data (Zhok, 2021).
Rinunciare al proprio ruolo, o meglio, lasciare che decada ai propri ed altrui occhi, significa abbandonare alle proprie fragili gambe la generazione che verrà dopo di noi, la quale dovrà procedere per prove ed errori, oppure cercare una cultura altrove, presso chi si propone come guida (tutta da verificare la sua idoneità al ruolo).
Al contrario: TOCCA A NOI. Tocca a noi genitori reclamare a voce alta quel ruolo, per il quale non esiste alcun esperto più qualificato, tecnico più esperto, o pedagogista più titolato. Nessuno potrà occupare quella posizione: non ci resta che prenderne possesso rischiando, qualche volta, di commettere qualche piccolo errore (resta da vedere chi sarebbe poi il giudice di questo), che sarebbe comunque molto meno distruttivo della desolazione che si accompagnerebbe al vuoto di figure di riferimento.
Riferimenti bibliiografici
Everett, D. L. (2012). Language: The cultural tool. Vintage.
Tomasello, M. (2005). Le origini culturali della cognizione umana. Bologna: Il Mulino.
Zhol, A. (2021). Il dovere ed il piacere. Un’introduzione critica all’etica contemporanea. Mimesis.
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